Ho lasciato mia moglie e le mie figlie perché non mi avevano dato il figlio maschio che desideravo — ma quando sono tornato, una frase di mia figlia mi ha distrutto.

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Ero sfinito dal tornare a casa e vedere solo figlie. Per anni ho implorato il cielo per un maschio. Quando finalmente è arrivato, invece di essere felice… ho iniziato a guardarlo con sospetto. E quel sospetto ha distrutto tutto.

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Nel mio villaggio i figli maschi non erano solo “desiderati”: erano un’ossessione. Mio padre aveva quattro fratelli, io ero il primogenito, quello su cui tutti avevano puntato. Eppure, una dopo l’altra, mia moglie aveva partorito tre bambine.

La gente non aveva pietà.

— «In quella casa c’è qualcosa che non va… senza un maschio il nome si spegne.»

Ogni volta che sentivo quelle frasi mi si stringevano i denti dalla rabbia. E ogni volta vedevo mia moglie rimpicciolirsi un po’ di più, come se la vergogna le pesasse sulle spalle.

Alla quarta gravidanza i medici le avevano detto chiaramente che il suo fisico non reggeva più. Ma lei aveva insistito. Non per sé. Per me. Per noi.

Quando mi disse che era un maschio, piansi come un bambino. Mi sembrava di aver finalmente “vinto” qualcosa nella vita.

Ma la gioia durò poco.

Con il passare dei mesi iniziai a notare dettagli che mi pungevano il cervello come spine: la pelle chiara, gli occhi sottili, la fronte pronunciata. Io ero scuro, con lineamenti duri e uno sguardo profondo. Lui no.

E nella mia testa, lentamente, si aprì un buco.

Il dubbio diventò veleno.

Quando tornavo nervoso o frustrato, le lanciavo addosso parole che oggi mi fanno schifo anche solo a ricordarle:

— «Sei sicura che sia mio?»

Mia moglie si metteva a piangere senza neanche rispondere. La nostra figlia maggiore, tredici anni, mi fissava in silenzio. Non mi odiava ancora… ma nei suoi occhi c’era qualcosa che mi faceva sentire piccolo.

Poi arrivò lei.

Una donna che lavorava in paese, più giovane di me, sempre pronta a darmi ragione, sempre pronta a farmi sentire “importante”. Mi accarezzava l’orgoglio e lo chiamava amore.

— «Io ti darò due maschi, vedrai. Non come tua moglie…»

E io, invece di capire che stavo ascoltando veleno travestito da carezza, ci ho creduto.

Una sera me ne andai senza dire niente. Non chiamai. Non scrissi. Non mi importò sapere come stessero le mie figlie, né che cosa stesse passando mia moglie. Rimasi con l’amante in una pensione per una settimana, sognando una nuova vita dove tutto sarebbe stato “come volevo io”.

Poi, un pomeriggio di pioggia, tornai a casa deciso: avrei chiesto il divorzio. Avrei chiuso tutto.

Aprii la porta.

Le bambine erano sedute lì, immobili, con gli occhi gonfi e rossi. Sembravano più piccole del solito, come se la casa le avesse schiacciate.

La maggiore si alzò lentamente. Non gridò. Non pianse. Mi guardò come si guarda uno sconosciuto.

E disse una frase soltanto:

— «Papà… vieni a salutare la mamma. È l’ultima volta.»

Mi si è spento il respiro in gola.

Corsi in camera.

Mia moglie era distesa sul letto, pallida, ferma, con una lettera tra le dita, come se l’avesse lasciata a metà. Il bambino era stato portato via dai vicini.

Urlai. La scossi. Chiamai aiuto. Ma dentro di me lo sapevo già: ero arrivato tardi.

Troppo tardi.

Quando lessi la lettera, mi sentii morire anch’io.

C’erano poche righe, semplici, senza odio. Ed è questo che mi ha distrutto di più:

“Scusami. Ho tenuto duro perché pensavo che con un figlio maschio mi avresti amato di più. Ma quando te ne sei andato ho capito che, qualunque cosa facessi, non sarebbe mai bastata. Se esiste una prossima vita, voglio essere ancora la madre dei miei figli… anche se non potrò più essere tua moglie.”

Rimasi seduto sul pavimento con la testa tra le mani, mentre le mie figlie piangevano dietro di me.

E in quel momento ho capito una verità che non perdona:

io non avevo perso una moglie.

Avevo ucciso la mia famiglia con le mie stesse mani, un insulto alla volta.

Quanto all’amante… quando seppe cos’era successo, sparì. Tagliò ogni contatto, come se la mia tragedia potesse contagiarla. Come se il mio dolore fosse solo un fastidio.

E io rimasi lì.

Con una casa piena di silenzio.

E con una frase in testa che non se ne andrà mai:

“Papà, è l’ultima volta.”

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