Mia sorella aveva appena partorito e io e mio marito ci eravamo precipitati in ospedale per conoscerne il bambino. Tutto sembrava normale, perfino gioioso. Ma non appena lui posò gli occhi sul neonato, accadde qualcosa che non dimenticherò mai: mi afferrò di colpo e mi trascinò fuori dalla stanza.
«Chiama immediatamente la polizia», sibilò.
Lo fissai senza capire. «Sei impazzito? Per quale motivo?»
Il suo viso era diventato di un bianco innaturale.
«Non te ne sei resa conto? Quel bambino…»
Non riuscì nemmeno a finire la frase. Le parole mi morirono in gola e, con le mani che tremavano, composi il numero d’emergenza.
Mia sorella Hannah aveva dato alla luce suo figlio di martedì mattina. Già nel primo pomeriggio io e mio marito Mark eravamo in macchina verso l’ospedale, con un mazzo di fiori sul sedile e un palloncino azzurro che sbatteva contro il finestrino. Era il suo primo bambino. L’atmosfera era carica di emozione, nulla lasciava presagire quello che sarebbe successo.
Il reparto maternità profumava di disinfettante e talco. Hannah era stanca, ma raggiante: capelli raccolti in modo disordinato, occhi lucidi, quel sorriso fragile e fiero che hanno le neomamme.
«Venite a vederlo», disse piano.
L’infermiera spinse la culla verso di noi. Mi chinai per prima. Il piccolo dormiva avvolto in una copertina candida, il respiro leggero, le labbra socchiuse. Sembrava perfetto. Normale.
Poi toccò a Mark.
Mi aspettavo una reazione tenera. Invece lo vidi irrigidirsi. Restò immobile, fissando il bambino per qualche secondo di troppo.
All’improvviso mi afferrò il polso. Con una forza che non gli conoscevo, mi tirò indietro; i fiori mi scivolarono quasi di mano. Senza dire nulla mi trascinò nel corridoio e richiuse la porta.
«Chiama la polizia», disse sottovoce.
Scoppiai in una risata nervosa. «Mark, smettila. Che ti prende?»
«Fallo adesso», insistette. La voce gli tremava.
Lo guardai meglio. Ed è lì che sentii lo stomaco sprofondare. Era pallido come non l’avevo mai visto, quel pallore che arriva prima ancora della paura cosciente.
«Perché?» sussurrai. «Che cosa non va?»
Deglutì. «Non hai notato niente?»
«Notato cosa?» chiesi, sentendo il panico risalire.
Si avvicinò e abbassò ancora di più la voce. «Quel bambino non è nato oggi.»
Il cuore mi balzò in gola. «Ma Hannah ha partorito stamattina.»
Mark scosse lentamente la testa. «Sono un infermiere del pronto soccorso. Vedo neonati ogni giorno. Il moncone del cordone è quasi cicatrizzato. Ci vogliono almeno dieci giorni. E ha già una cicatrice da vaccinazione sulla coscia. Non la fanno subito dopo il parto.»
Mi girò la testa.
«E non è tutto», continuò. «Il braccialetto del neonato non corrisponde a quello di tua sorella. Ho controllato.»
In quel momento la maniglia della porta alle nostre spalle si mosse leggermente, come se qualcuno avesse provato ad aprire. Mark strinse la mia mano.
«Chiama adesso», mormorò. «Prima che portino via quel bambino.»
Presi il telefono con le dita rigide e composi il numero.
Spiegare tutto alla centralinista fu surreale. Cercavo di non sembrare folle.
«Mia sorella ha appena partorito», dissi. «Ma crediamo che il bambino nella sua stanza non sia il suo.»
Una breve pausa. Poi: «Restate dove siete. Gli agenti stanno arrivando.»
Mark non mi lasciò rientrare. Restammo vicino al banco delle infermiere fingendo di guardare i telefoni.
«E se ti sbagliassi?» sussurrai, divorata dall’ansia.
«Vorrei sbagliarmi», rispose. «Ma c’è un altro dettaglio.»
«Quale?»
«Ha un segno di flebo già guarito sul piede. Un neonato non guarisce così.»
Pochi minuti dopo arrivarono due agenti, seguiti da una donna in giacca elegante che si presentò come la detective Laura Kim. Mark spiegò tutto con calma, come se stesse compilando un referto. Lei ascoltò, poi annuì.
«Dobbiamo controllare subito la documentazione.»
Ci fecero restare fuori. Il tempo sembrava non passare.
Poi Hannah uscì dalla stanza, sconvolta. «Perché c’è la polizia da me?» gridò.
Prima che potessi parlare, la detective intervenne. «Signora, dobbiamo farle alcune domande.»
Un’infermiera arrivò di corsa. «C’è un problema con la cartella del neonato», disse, pallida.
«Che problema?»
«Il bambino assegnato a questa stanza… risulta dimesso undici giorni fa.»
Il silenzio calò come un macigno.
Le gambe di Hannah cedettero. La sorressi mentre singhiozzava: «È impossibile… l’ho partorito io…»
Poco dopo arrivò la conferma: le impronte non combaciavano. Non era suo figlio.
«Allora dov’è il mio bambino?» chiesi, con la voce rotta.
Nessuno rispose subito.
«C’è stato un trasferimento urgente in terapia intensiva questa mattina», mormorò un’infermiera. «I tempi coincidono.»
Hannah urlò.
Il reparto fu immediatamente chiuso. Interrogatori, cartelle sequestrate, telefoni controllati. Un’ora dopo, la detective tornò con la verità.
«Il bambino di sua sorella è stato portato via poco dopo il parto. Non è un errore. È un crimine.»
Scoprimmo che una falsa infermiera, assunta temporaneamente, aveva accesso alle sale parto per pochi minuti alla volta. Abbastanza per scambiare un braccialetto. Abbastanza per rubare un neonato.
A mezzanotte trovarono il figlio di Hannah.
Era vivo.
In una clinica privata, già registrato con un altro nome, pronto per un’affidamento “d’urgenza”. Se Mark non avesse notato quei dettagli, nessuno se ne sarebbe accorto in tempo.
Quando Hannah strinse di nuovo suo figlio, tremava così forte che dovettero aiutarla. Continuava a sussurrare: «Sei qui… sei davvero qui.»
Mark mi prese la mano.
«I mostri non sembrano mostri», disse piano. «Spesso indossano un camice.»
L’ospedale è ora sotto indagine. Ci sono stati arresti.
Ma nessuno di noi è uscito da quella giornata come prima.
