Dopo aver messo al mondo le mie prime figlie, ero convinta che mio marito, finalmente, avrebbe imparato a mettere noi al primo posto. Che, davanti a due neonate e a una moglie stremata, avrebbe capito una volta per tutte dove stava la sua vera casa. Ma non successe. Quella volta, per l’ennesima volta, scelse sua madre. Solo che fu anche l’ultima.
Si dice che tornare a casa con due gemelle appena nate sia uno dei giorni più luminosi della vita. Io me lo ero immaginato così: una scena dolce, quasi cinematografica. Derek, mio marito, in corsia con un mazzo di fiori, lo sguardo lucido, la voce rotta dall’emozione mentre prendeva una delle bambine tra le braccia. Avevo aspettato quel momento per mesi. L’avevo sognato persino di notte, tra nausee e calci nella pancia.
Dopo tre giorni in ospedale — lunghi, faticosi, pieni di controlli e di pianti minuscoli — mi dimisero. E io, con Ella e Sophie avvolte nelle loro copertine, ero pronta. Pronta a chiudere la porta di quell’ospedale e ad aprire quella di casa.
Poi arrivò la telefonata.
«Ehi, amore…» La voce di Derek era tesa, spezzata. «Mi dispiace, ma non riesco a venire a prendervi.»
All’inizio pensai di aver capito male. «Cosa vuoi dire che non riesci? Derek, ho appena partorito due gemelle. È… oggi.»
Ci fu un silenzio breve, e subito dopo la risposta che mi gelò: «È mia madre. Sta malissimo. Dice che ha forti dolori al petto. Devo andare a prenderla e portarla in ospedale, vicino a lei.»
Mi si strinse lo stomaco. «Perché non me l’hai detto prima? Io ho bisogno di te qui.»
«Lo so!» sbottò, già infastidito, come se fossi io a chiedere l’impossibile. «È successo all’improvviso. È grave. Appena posso vengo da voi.»
Avrei voluto urlare. Avrei voluto piangere, ma le lacrime non uscivano nemmeno: restavano incastrate da qualche parte, insieme alla rabbia. Mi limitai a stringere le labbra e a dire: «Va bene. Prendo un taxi.»
«Grazie…» mormorò, e riattaccò.
Sua madre abitava in un’altra città. E io conoscevo Derek abbastanza da sapere che, se lei starnutiva, lui correva. Figurarsi se “stava male”. Cercai di zittire i sospetti, di non farmi divorare dal pensiero che, ancora una volta, la sua priorità non ero io. Sistemai le bambine nei seggiolini che Derek aveva lasciato il giorno prima e salii sul taxi con il cuore pieno di un peso che non riuscivo a nominare.
Quando arrivammo davanti al vialetto, mi si spense il respiro.
C’erano le mie valigie. Le borse. Sacchetti. Una scatola con dentro roba delle bambine. Persino il materassino della culla. Tutto buttato sul prato e vicino alla porta, come spazzatura lasciata lì per errore.
Pagai l’autista con dita tremanti e scesi, tenendo stretti i seggiolini. Guardai la casa, poi le mie cose sparse, poi di nuovo la casa. In quel momento capii solo una cosa: qualcosa non tornava.
Mi avvicinai alla porta, cercando le chiavi mentre chiamavo Derek per istinto, pur sapendo che non avrebbe dovuto essere lì. Inserii la chiave nella serratura. Non girò. Riprovai. Niente. Il metallo si rifiutava come se quella porta non mi appartenesse più.
E allora vidi il foglio.
Era piegato e fissato con del nastro adesivo sopra una delle valigie. Lo staccai con movimenti lenti, come se stessi disinnescando una bomba.
Vattene. Tu e i tuoi figli. So tutto. — Derek
Mi mancò l’aria. Letteralmente. Le parole si misero a ballarmi davanti agli occhi, e io le rileggevo senza capire, come se la frase dovesse cambiare a forza di guardarla.
Non poteva essere vero. Non Derek.
Non l’uomo che mi aveva accompagnata a ogni ecografia. Che aveva sorriso ascoltando i battiti delle bambine. Che mi aveva giurato, una notte, con la mano sulla mia pancia, che saremmo stati “una squadra”.
Provai a chiamarlo. Segreteria. Ancora. Segreteria. Il panico salì come una marea scura. Le bambine iniziarono a piangere, una dopo l’altra, come se avessero capito che la loro mamma stava crollando.
Fu allora che sussurrai solo: «Mamma.»
Chiamai mia madre e lei rispose subito. «Jenna? È tutto okay? Le gemelle…?»
Non riuscii a completare la frase. «Derek… ha cambiato le serrature. Le mie cose sono fuori. E ha lasciato un biglietto. Un biglietto terribile…»
Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, poi una voce che non avevo mai sentito così dura: «Cosa?! Non muoverti. Arrivo.»
Quando mia madre arrivò, guardò il disastro con gli occhi infuocati. «Non ha senso. Derek non ti farebbe questo.»
«Anche io lo pensavo.» La mia voce tremava. «Ma non risponde. E cosa vuol dire “so tutto”? Cosa dovrei aver fatto?»
Lei mi strinse come se volesse rimettere insieme tutti i pezzi. «Vieni da me. Ora. Finché non capiamo che sta succedendo.»
Mi aiutò a caricare quel poco che riuscimmo a raccogliere e mi portò a casa sua. Quella notte non dormii. Avevo le gemelle accanto, il corpo distrutto dal parto e la mente piena di immagini impossibili: Derek che mi caccia fuori, Derek che scrive quel biglietto, Derek che cancella la nostra vita con una frase.
La mattina dopo non ce la feci più.
Lasciai Ella e Sophie con mia madre e tornai a casa. Quando arrivai, il cortile era pulito: le mie cose non c’erano più. Come se qualcuno avesse “sistemato” la scena.
Bussai. Nessuna risposta. Feci il giro sul retro, guardai dentro da una finestra… e il sangue mi si ghiacciò.
Seduta al tavolo della sala da pranzo, con una tazza in mano come se fosse nel suo salotto, c’era Lorraine. Mia suocera. Tranquilla. Comoda. Quasi annoiata.
Bussai con forza. Lei alzò lo sguardo, sobbalzò appena… poi, riconoscendomi, sorrise. Un sorriso lento, cattivo.
Aprì la porta quel tanto che bastava. «Jenna. Non hai letto il biglietto? Non sei la benvenuta.»
Mi si accese qualcosa dentro. «Dov’è Derek? Perché ha fatto questo?»
Lorraine inclinò la testa. «È in ospedale. Nella mia città. Si sta occupando di me.»
La fissai, incredula. «Di te? Ma tu sei qui.»
Lei alzò le spalle, sorseggiò con calma. «Forse mi sento meglio. I miracoli esistono.»
In quell’istante capii.
«Hai mentito», dissi con un filo di voce. «Hai finto di stare male.»
Il suo sorriso si allargò, come se finalmente qualcuno avesse indovinato l’enigma. «E allora?»
Mi mancò il controllo. «Perché?! Perché ci hai fatto questo?»
Lorraine incrociò le braccia, soddisfatta. «Gliel’ho detto fin dall’inizio: in questa famiglia serve un maschio. Uno che porti avanti il nome. E tu… tu gli hai dato due femmine.»
Rimasi pietrificata.
Lei continuò, senza vergogna, come se stesse parlando del tempo. «Ho sempre saputo che non eri adatta. Troppo semplice, troppo… qualunque. Ma ora hai anche rovinato il futuro. Dovevo intervenire.»
Sentii la nausea salire. «Quindi hai orchestrato tutto questo per… per il sesso dei miei figli?»
«Per proteggere mio figlio», disse, e nella sua voce c’era una convinzione malata. «Ho scritto io il biglietto. Dovevi sparire. E ho anche preso il suo telefono, così non poteva avvertirti o farti cambiare idea. Derek è sempre dalla mia parte. Sempre.»
Fu come ricevere uno schiaffo. Lei non si limitava a odiarmi: controllava suo figlio come un burattino.
Senza dire altro, corsi in macchina e guidai fino all’ospedale dove Derek stava aspettando.
Lo trovai che camminava avanti e indietro in sala d’attesa, con lo sguardo scuro. Appena mi vide, corse verso di me. «Jenna! Dove sei stata? Non ho il telefono… non so nemmeno il tuo numero a memoria. Non riuscivo a chiamarti!»
Il mio cuore fece un salto, ma la rabbia lo coprì subito. «Tua madre ha il tuo telefono», dissi, tagliente. «E non era malata. Ha finto tutto. Ha cambiato le serrature, ha buttato fuori me e le bambine, e ha lasciato un biglietto firmato con il tuo nome.»
Lui si fermò di colpo. «Cosa? No… non è possibile.»
«È possibile eccome», sibilai. «Ed è a casa tua, seduta a bere il tè. Come se fosse lei la padrona.»
Derek impallidì. Poi, in un attimo, la sua confusione si trasformò in qualcosa che non avevo mai visto: una rabbia vera. Quella di un uomo che, finalmente, si rende conto di essere stato usato.
«Andiamo», disse soltanto.
Quando arrivammo, Lorraine era esattamente dove l’avevo vista. Ma il suo sorriso si spense appena incrociò lo sguardo di Derek.
«Mamma», disse lui, con una voce fredda che tagliava l’aria. «Che cosa hai fatto? Credevo fossi in ospedale.»
Lei aprì la bocca, pronta a mentire. Ma Derek la fermò prima. «No. Basta. So tutto.»
Lorraine provò a cambiare tono, a farsi piccola. «Derek, tesoro… io volevo solo…»
«Hai fatto lasciare mia moglie in ospedale con due neonate», esplose lui. «Hai buttato fuori Jenna e le mie figlie. Hai cambiato le serrature. E hai rubato il mio telefono perché non potessi contattarla. Dimmi: in quale parte di tutto questo dovrei vedere amore?»
«Io volevo proteggerti», singhiozzò lei. «Non capisci…»
«Proteggermi da mia moglie? Dalle mie figlie?» Derek fece un passo avanti. «Chi ti ha detto che io volevo un maschio? Chi ti ha dato il diritto di decidere che le mie figlie valgono meno perché sono femmine? Se questo è il tuo modo di amare, allora non voglio più niente da te.»
Lorraine restò senza parole.
«Fai le valigie. E te ne vai», ordinò Derek.
Lei spalancò gli occhi. «Non puoi cacciarmi! Sono tua madre!»
«E Jenna è mia moglie», disse lui, senza tremare. «E quelle due bambine sono la mia vita. Se non le rispetti, non fai parte della nostra famiglia.»
Lorraine salì al piano di sopra sbattendo porte e lasciando dietro di sé il suono della sconfitta. Derek si girò verso di me con gli occhi lucidi. «Mi dispiace. Non lo sapevo. Avrei dovuto…»
Non avevo più energie per urlare. Solo per respirare. «Voglio solo che questa follia finisca.»
Quella sera Lorraine se ne andò davvero. Derek cambiò le serrature — stavolta per noi. Bloccò il suo numero. E quando venimmo a sapere che aveva persino pagato un’infermiera per trattenerlo in ospedale, fece denuncia.
Non è stato semplice ricucire la fiducia, né cancellare l’immagine di quelle valigie sul prato. Ma, giorno dopo giorno, ricostruimmo.
E una sera, mentre cullavo Ella e Sophie finché le palpebre diventavano pesanti e le loro manine si rilassavano, capii una cosa che mi fece quasi sorridere: Lorraine aveva provato a distruggerci.
E invece, per la prima volta, ci aveva resi davvero una famiglia.
